Storia
L’incontro tra le varie culture è una costante della storia umana, nel mondo antico così come nel Medioevo
cristiano, fino all’età moderna che accorpa negli Stati nazionali popoli ed etnie diverse, e con la colonizzazione del
Nuovo Mondo pone le basi per spostamenti di persone e gruppi da un continente all’altro; in tutti questi casi le
culture non si sono limitate a confrontarsi (o scontrarsi) ma si sono spesso mescolate dando luogo a nuove e
originali sintesi.
Alle dinamiche di incontro e scambio tra culture differenti il secolo appena concluso ha offerto nuove occasioni, a
loro volta derivanti da forme di mobilità sul territorio prima inesistenti. Per riassumere la questione con una formula
sintetica, possiamo dire che nel corso del Novecento l’Europa, da terra di emigrazione è diventata terra di
immigrazione, meta agognata di masse umane in cerca di una nuova patria da abitare.
Due eventi storici in particolare stanno alla base di questa trasformazione:
• La decolonizzazione che negli ultimi 60 anni ha investito i paesi afroasiatici;
• La crisi dei regimi totalitari a ispirazione comunista che fino agli anni novanta del Novecento governavano i
Paesi dell’Est europeo
Un altro elemento che sicuramente ha contribuito alla multiculturalità è la globalizzazione. (Comport l’interdipendenza economica, politica e culturale, la mobilità delle persone e lo scambio continuo di merci e informazioni)
Valore dell’uguaglianza
molto tempo l’uguaglianza ha costituito la bandiera sotto la quale gli uomini hanno combattuto alla ricerca di un mondo diverso e
migliore. Scaturito tra il XVII e il XVIII secolo dalle riflessioni degli illuministi, il valore dell’uguaglianza è invocato con particolare passione
nelle battaglie della borghesia rivoluzionaria, in opposizione ai privilegi di classe della nobiltà e del clero (una delle parole chiave della
Rivoluzione francese, insieme a “libertà” e “fraternità”, è proprio “uguaglianza”, égalité).
Da quel contesto è poi confluito nelle costituzioni dei moderni Stati liberali, come garanzia di giustizia e di democrazia: «tutti i cittadini
hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali» recita, ad esempio, l’articolo 3 della nostra Costituzione. In questo senso l’idea di uguaglianza è stata
impugnata per combattere le discriminazioni attuate a danno dei soggetti sociali più deboli.
La nozione di uguaglianza definisce quindi una “identica posizione” degli individui nei confronti della legge, capace di assicurare loro le
fondamentali libertà civili e politiche, e sostanzialmente “indifferente” rispetto alle diversità fisiche, sociali, psicologiche e culturali che
distinguono una persona dall’altra. Il naturale termine di riferimento dell’uguaglianza è dunque lo Stato, in quanto detentore della
sovranità e dispensatore di “uguali” diritti e doveri a tutti i cittadini, che risultano così titolari delle medesime prerogative nei suoi
confronti.
Valore diversità
Il valore della diversità
L’idea di uguaglianza, nell’accezione appena precisata, ha mostrato però ben presto la sua problematicità. Infatti, se è vero che i cittadini
sono tutti uguali dal punto di vista di ciò che lo Stato richiede e offre loro, è anche vero che sono diverse le loro esigenze, e quindi le
loro richieste nei confronti dello Stato stesso. Storicamente, il primo ambito in cui emerse questa “diversità” è quello della professione
di fede, che fin dal Seicento fu causa di sanguinosi conflitti. Nell’Europa dilaniata dalle guerre di religione, vincolata dal principio del cuius
regio eius religio (in virtù del quale i sudditi erano a tenuti a professare lo stesso credo dei loro sovrani), da più parti si avvertì l’esigenza di
tutelare la varietà delle confessioni e delle forme di culto, anche di quelle socialmente minoritarie.
Lo strumento teorico a cui venne affidato il riconoscimento di questa diversità fu la nozione di tolleranza, teorizzata tra il XVII e il XVIII
secolo da diversi intellettuali. Tra questi, il filosofo inglese John Locke (1632-1706) secondo cui ogni persona deve poter scegliere
liberamente in quale Dio credere e in quali forme esercitare il proprio culto, purché naturalmente le sue credenze e le sue pratiche non si
traducano in comportamenti pericolosi per la comunità.
Nel corso del XX secolo nuove acquisizioni hanno conferito all’idea di “diversità” una forza sempre maggiore:
• la consapevolezza, maturata in seno alla riflessione filosofica e scientifica, dell’impossibilità di assurgere a una prospettiva unificante
della realtà (che è ciò che, semplificando un po’, possiamo definire “prospettivismo”) ha suggerito che la pluralità delle interpretazioni e
dei linguaggi è una caratteristica ineludibile di ogni rapporto dell’uomo con il mondo;
• lo sviluppo delle scienze umane, in primo luogo della sociologia e dell’antropologia, ha reso coscienti di come la stessa realtà
quotidiana sia il prodotto di costruzioni e pratiche simboliche che variano sensibilmente a seconda del contesto socio-culturale.
Ma a connotare positivamente l’idea di “diversità” ha contribuito, nell’arco del Novecento, anche la riflessione condotta dai più importanti
movimenti sociali, che, lottando per ottenere visibilità, spesso hanno avvertito la necessità di ribadire la propria distanza dalle norme e dai
modelli socialmente vigenti. Per comprendere che cosa ciò significhi possiamo considerare, ad esempio, il movimento femminista: nato
con l’intento di emancipare le donne da uno stato di subordinazione giuridica e sociale (e quindi di ottenere una semplice “uguaglianza”
di diritti), in un secondo momento esso è giunto a sottolineare positivamente e con forza la specificità della realtà femminile e ad additare
nell’universo simbolico che caratterizza le donne un’alternativa all’ideologia patriarcale del mondo occidentale. La necessità di salvaguardare la diversità e di garantirne la libera espressione si traduce oggi, sul piano sia
teorico sia operativo, nel multiculturalismo. Con questo termine si indica un progetto di tutela delle diverse
culture presenti su un determinato territorio, tramite interventi legislativi e politici che assecondino le richieste da
esse avanzate. Le esigenze possono essere molteplici, e svariati, di conseguenza, i provvedimenti che intendono
rispondervi. Un gruppo socialmente minoritario può desiderare assetti giuridici più rispettosi delle proprie
specificità culturali (ad esempio, una minoranza linguistica può richiedere il riconoscimento ufficiale del proprio
idioma), può invocare la rimozione degli ostacoli che gli impediscono l’effettivo esercizio delle libertà civili (ad
esempio, una comunità religiosa minoritaria, a cui l’amministrazione locale non abbia concesso una sede per lo
svolgimento del culto, può rivendicare questo diritto), può sollecitare interventi concreti per superare una
situazione di emarginazione sociale o per promuovere un’integrazione altrimenti difficoltosa (pensiamo alle
esigenze di molti alunni stranieri delle nostre scuole, che necessitano di interventi didattici compensatori).