Introduzione: Il contesto
Il punto di partenza è l’interrogativo sul diritto: è diritto naturale o diritto positivo? È indeterminato, lacunoso, con margini di incommensurabilità, oppure è un prodotto umano, creato e definito? Questo interrogativo viene affrontato attraverso l’Orestea di Eschilo.
Per capire meglio occorre guardare al contesto delle tragedie greche. La tragedia nasce come spettacolo nella Grecia del VI-V secolo a.C., in particolare ad Atene, e si intreccia con l’organizzazione politica della polis.
La Grecia classica è segnata da due grandi eventi:
• Le guerre persiane: i Persiani tentarono di invadere la Grecia, ma le città-stato si coalizzarono sotto la guida di Atene e riuscirono a respingerli. Questo momento consolidò l’identità collettiva dei Greci.
• La guerra del Peloponneso: lo scontro tra Atene e Sparta per l’egemonia. La guerra si concluse con la vittoria di Sparta e l’assoggettamento di Atene, che perse la propria autonomia.
In questo contesto Atene presenta una caratteristica innovativa: è la prima democrazia al mondo. Ciò significa che:
• Sul piano legislativo e decisionale, l’assemblea aveva la competenza di discutere e deliberare: era una democrazia diretta, non rappresentativa.
• Ogni cittadino partecipava direttamente alla vita politica; il Consiglio dei 500 (50 membri per ogni tribù) era il cuore del sistema.
• La democrazia ateniese era fondata anche sul piano giuridico, soprattutto in materia di giurisdizione.
Tuttavia, questa democrazia aveva due limiti fondamentali:
1. Era una democrazia di soli uomini: le donne erano escluse e confinate alla sfera domestica.
2. Limitazione della cittadinanza: oltre alle donne, erano esclusi anche gli stranieri residenti e gli schiavi.
Dunque, la democrazia ateniese era un club esclusivo per uomini liberi. Ma non era esclusivo sul piano economico: anche i poveri potevano essere cittadini a pieno titolo.
Due aspetti centrali della democrazia ateniese sono:
• Metodo di selezione dei magistrati: la maggior parte era sorteggiata, il che rendeva il sistema molto più egualitario.
• Regola della maggioranza: ogni cittadino adulto, maschio e libero aveva diritto a un voto, e le decisioni si prendevano sulla base del principio “una testa, un voto”.
È su questo aspetto democratico e giuridico che si innesta la riflessione dell’Orestea.
L’Orestea: L’antefatto
L’Orestea va collocata nel contesto politico, storico e sociale che ne costituisce le radici. Prima di introdurla, bisogna considerare due ostacoli che il lettore moderno incontra:
• Il primo è che la tragedia greca è fortemente segnata dal maschilismo: la donna è vista come inferiore, relegata al ruolo domestico e custode delle leggi familiari, mentre la figura maschile domina lo spazio pubblico. La donna appare come figura minacciosa, instabile, potenzialmente distruttiva.
• Il secondo ostacolo è che queste tragedie sono pervase da una mentalità religiosa e mitica: gli dèi agiscono concretamente nelle vicende umane, guidati da passioni come ira e invidia. Questo può sembrare estraneo al nostro modo di pensare.
L’Orestea prende il nome da Oreste, il protagonista, ed è una trilogia che costituisce un’unità tematica drammatica. È formata da tre tragedie:
1. Agamennone
2. Le Coefore
3. Le Eumenidi
La vicenda ruota attorno al tema della vendetta di sangue e alla catena di omicidi familiari: Agamennone viene ucciso da Clitemnestra, Oreste uccide la madre per vendicare il padre, e infine subisce l’ira delle Erinni.
Gli antefatti fondamentali sono due:
1. La guerra di Troia: durata dieci anni, si concluse con la vittoria dei Greci grazie allo stratagemma del cavallo di Troia. Una delle colpe principali di Agamennone è quella di aver sacrificato la figlia Ifigenia per poter avere venti favorevoli e salpare verso Troia. Questo lo rende già colpevole di un delitto orrendo.
2. La storia di Atreo e Tieste: Atreo è il padre di Agamennone, Tieste è suo fratello. Tra i due c’è un conflitto insanabile. Atreo accoglie Tieste con finta ospitalità, ma poi lo inganna e gli serve in un banchetto le carni dei suoi stessi figli. Questo atto orrendo macchia tutta la discendenza degli Atridi. Agamennone quindi eredita una colpa già terribile, che si aggiunge alle sue stesse colpe personali.
L’elemento decisivo della trilogia è che tutto si conclude in un’autocelebrazione della città di Atene: il ciclo della vendetta privata viene superato con l’istituzione di un nuovo ordine, fondato sul diritto e sulla giustizia pubblica.
Il punto di interesse è proprio questo: il passaggio dal diritto naturale al diritto positivo. Eschilo non si concentra sul diritto come legge divina o morale, ma sul diritto come insieme di regole condivise dalla comunità. Nell’Orestea il diritto diventa il sistema che permette di uscire dalla violenza privata e trasformarla in giustizia collettiva.
In sintesi, l’Orestea rappresenta:
• il superamento della vendetta familiare;
• il passaggio a un ordine giuridico condiviso;
• la celebrazione di Atene come città della giustizia e della democrazia.
L’Orestea: Agamennone e Le Coefore
La prima tragedia, Agamennone, si apre con il ritorno del re ad Argo dopo la vittoria di Troia. Ad accoglierlo c’è Clitennestra, sua moglie e madre di Oreste. All’apparenza gioiosa, in realtà la donna trama vendetta per il sacrificio di Ifigenia e lo uccide con la complicità del suo amante Egisto. Con un colpo di spada, Clitennestra consuma la propria vendetta, compiendo però un atto di sangue che macchia ulteriormente la stirpe degli Atridi.
La seconda tragedia, Le Coefore, si svolge anni dopo, davanti alla tomba di Agamennone. Oreste, il figlio, torna dall’esilio insieme al fedele Pilade. Qui ritrova la sorella Elettra, che porta libagioni alla tomba del padre. I due fratelli si riconoscono e si uniscono nel desiderio di vendetta. Apollo stesso ha imposto a Oreste il compito di vendicare Agamennone, pena terribili castighi divini.
Oreste dunque entra nel palazzo, uccide Egisto e poi la madre Clitennestra. Questo gesto è vissuto in maniera lacerante: da una parte è necessario per ristabilire la giustizia e vendicare il padre, dall’altra è un matricidio, un atto orrendo e contro natura. Subito dopo il delitto, infatti, compaiono le Erinni, divinità antiche della vendetta che perseguitano chi si macchia di crimini di sangue. Esse vedono Oreste e cominciano a tormentarlo: è il segno che il ciclo della vendetta non si è ancora chiuso, ma deve trovare una nuova soluzione.
Così si conclude Le Coefore: con Oreste che ha sì vendicato il padre, ma che resta a sua volta intrappolato nella colpa e nella persecuzione divina, pronto a diventare protagonista della terza tragedia, Le Eumenidi.
L’Orestea: Agamennone e Le Coefore
La prima tragedia, Agamennone, si apre con il ritorno del re ad Argo dopo la vittoria di Troia. Ad accoglierlo c’è Clitennestra, sua moglie e madre di Oreste. All’apparenza gioiosa, in realtà la donna trama vendetta per il sacrificio di Ifigenia e lo uccide con la complicità del suo amante Egisto. Con un colpo di spada, Clitennestra consuma la propria vendetta, compiendo però un atto di sangue che macchia ulteriormente la stirpe degli Atridi.
La seconda tragedia, Le Coefore, si svolge anni dopo, davanti alla tomba di Agamennone. Oreste, il figlio, torna dall’esilio insieme al fedele Pilade. Qui ritrova la sorella Elettra, che porta libagioni alla tomba del padre. I due fratelli si riconoscono e si uniscono nel desiderio di vendetta. Apollo stesso ha imposto a Oreste il compito di vendicare Agamennone, pena terribili castighi divini.
Oreste dunque entra nel palazzo, uccide Egisto e poi la madre Clitennestra. Questo gesto è vissuto in maniera lacerante: da una parte è necessario per ristabilire la giustizia e vendicare il padre, dall’altra è un matricidio, un atto orrendo e contro natura. Subito dopo il delitto, infatti, compaiono le Erinni, divinità antiche della vendetta che perseguitano chi si macchia di crimini di sangue. Esse vedono Oreste e cominciano a tormentarlo: è il segno che il ciclo della vendetta non si è ancora chiuso, ma deve trovare una nuova soluzione.
Così si conclude Le Coefore: con Oreste che ha sì vendicato il padre, ma che resta a sua volta intrappolato nella colpa e nella persecuzione divina, pronto a diventare protagonista della terza tragedia, Le Eumenidi.
Oreste in Fuga: Dike contro sé stessa
L’analisi di Oreste in fuga si concentra sul conflitto tra il diritto arcaico e un nuovo concetto di giustizia . Gli appunti descrivono la situazione di Oreste come una “dike contro se stessa”, evidenziando la contraddizione intrinseca del sistema di giustizia in cui si trova.
La dike primitiva o arcaica è caratterizzata dalla legge del taglione e della vendetta ereditaria, dove “il sangue che scorre chiama il sangue”. Oreste ha l’obbligo di vendicare il padre, Agamennone, uccidendo la madre, Clitemnestra. Se non lo facesse, verrebbe maledetto dal padre.
Tuttavia, agendo secondo questo principio, Oreste viola un altro principio di giustizia, l’obbligo di non uccidere la propria madre. Questa azione lo rende impuro e colpevole di un crimine che lo perseguita, sia moralmente che fisicamente, sotto forma delle Erinni, divinità della vendetta.
Il conflitto è un circolo vizioso e autodistruttivo. Non importa quale scelta faccia Oreste, sarà sempre in torto, perché entrambe le opzioni si fondano su principi validi ma contraddittori. Gli appunti sottolineano che la vendetta, in questo schema, non risolve il problema, ma lo perpetua attraverso le generazioni. La tragedia di Oreste non è una semplice vicenda individuale, ma l’illustrazione di un “sistema di giustizia” che non funziona, un sistema che si auto-annienta.
Oreste in Fuga (II): la Doppia Dike
Questa sezione approfondisce il concetto di “doppia dike”, ovvero i due obblighi in conflitto che tormentano Oreste. Gli appunti lo definiscono come un conflitto tra due “dike” o doveri di giustizia, entrambi validi ma in opposizione.
• Obbligo 1: Vendicare il padre. Se Oreste non uccide la madre, viene maledetto dal padre, Agamennone, e dalle divinità che proteggono i diritti dei padri. Questa è una “dike pesante” e ineludibile, che ha radici nel diritto di vendetta.
• Obbligo 2: Non uccidere la madre. Uccidendo la madre, Clitemnestra, Oreste viola la santità del legame materno, un crimine che lo rende impuro e lo condanna a essere perseguitato dalle Erinni. Anche questo è un “dike” che non può essere ignorato.
Gli appunti evidenziano che Oreste è in una situazione di “incommensurabilità”, in cui non è possibile stabilire quale dei due obblighi abbia un peso maggiore. Non c’è un modo razionale o normativo per risolvere il conflitto. La sua è una situazione esistenziale e senza via d’uscita: deve scegliere tra un destino di dannazione e un altro.
La soluzione a questo dilemma non può venire dal vecchio sistema. Gli appunti suggeriscono che la risoluzione richiede l’intervento di un’entità superiore o l’introduzione di una nuova forma di giustizia, una dike rinnovata che possa mediare e conciliare i due obblighi. Questa nuova giustizia, simboleggiata dal tribunale ateniese, supera la logica della vendetta e introduce la necessità di un giudizio esterno che valuti il caso in modo imparziale.
Le Eumenidi
Le Eumenidi” rappresenta la soluzione finale al conflitto di Oreste e la fondazione di un nuovo ordine di giustizia. Gli appunti descrivono l’inizio della tragedia con Oreste che, in fuga dalle Erinni, si rifugia presso il tempio di Apollo, che promette di proteggerlo. Apollo lo affida poi ad Atena, la dea della sapienza e della giustizia, che rappresenta la nuova autorità.
Atena non sceglie di schierarsi né con Oreste né con le Erinni, che rappresentano la vecchia giustizia. Invece, istituisce il primo tribunale ateniese, l’Areopago, per giudicare il caso in modo razionale. Questo atto è cruciale: il giudizio non è più affidato alla vendetta privata o alla legge del sangue, ma a un’istituzione pubblica.
Il tribunale, con un giuria di cittadini, ascolta le argomentazioni di Apollo (a favore di Oreste, che sostiene il primato del padre) e delle Erinni (che difendono la sacralità del legame materno). Il voto si conclude con una parità. È qui che interviene Atena: il suo voto è decisivo e a favore di Oreste. Questo voto non è un giudizio arbitrario, ma il simbolo della vittoria di un nuovo modello di giustizia civile e razionale.
Dopo il verdetto, le Erinni, sebbene sconfitte, vengono placate e non eliminate. Atena le convince ad accettare il nuovo ordine, promettendo loro un posto d’onore ad Atene. Da divinità della vendetta e del terrore, le Erinni si trasformano in Eumenidi, che significa “le Benevole”. Questo cambiamento simboleggia la transizione da un sistema basato sulla paura e sul castigo a uno fondato sulla benevolenza, sul diritto e sull’integrazione. La vendetta viene superata e inglobata in un sistema di giustizia che garantisce l’ordine e la pace sociale.
Il processo
Il processo inizia quando Atena propone una soluzione per risolvere il conflitto tra Oreste e le Erinni, che lo perseguitano per aver ucciso la madre. La dea vuole che le parti si sottomettano a una discussione pacifica e accantonino la violenza. Atena stabilisce un tribunale composto da cittadini ateniesi scelti tra i migliori, che avranno il compito di giudicare il caso in modo imparziale.
Oreste e le Erinni vengono invitati a esporre le proprie ragioni.
• Le Erinni accusano Oreste di aver commesso un grave crimine di sangue, la matricidio, che le loro leggi considerano imperdonabile. Sostengono che l’omicidio di una madre è un atto innaturale che non può restare impunito.
• Oreste, d’altra parte, difende la sua azione, affermando di aver agito per vendicare la morte del padre, Agamennone, e su ordine di Apollo. Sostiene che il legame tra padre e figlio, imposto da Zeus, è superiore a quello tra madre e figlio, in linea con le leggi maschili.
Dopo che Oreste e le Erinni hanno esposto le loro argomentazioni, i giudici ateniesi esprimono il loro voto. C’è un pareggio: il numero di voti a favore di Oreste è uguale a quelli contrari. In questo caso, secondo la regola stabilita da Atena, la decisione finale spetta alla dea, che interviene per sciogliere la parità. Atena vota in favore di Oreste, asserendo che in un’unione, il ruolo del padre è più importante di quello della madre, in quanto è il genitore che trasmette la vita. Con il voto di Atena, Oreste viene prosciolto.
La risoluzione: Le Eumenidi (le Benevole)
Nonostante Oreste sia stato assolto, le Erinni non accettano il verdetto. Minacciano di scatenare un flagello sulla città di Atene, portando distruzione, carestia e malattie. La loro rabbia deriva dal fatto di essere state private di un loro diritto: punire i colpevoli di crimini di sangue.
Per risolvere questo nuovo conflitto, Atena interviene con saggezza e diplomazia. Non le punisce per la loro reazione, ma le convince a non vendicarsi e a restare ad Atene. La dea offre loro una nuova funzione onorevole e rispettata: le invita a diventare le protettrici della città e dei suoi cittadini, garantendo la prosperità, la giustizia e la pace.
Le Erinni, che prima erano divinità vendicative e spietate, si trasformano in Eumenidi, ovvero “Le Benevole”. Questo cambiamento simboleggia il passaggio da una giustizia basata sulla vendetta e sul sangue a una giustizia razionale e civile, rappresentata dal tribunale. La tragedia si conclude con un corteo solenne che accompagna le Eumenidi al loro nuovo tempio, sancendo il trionfo della ragione e del diritto sulla vendetta.
I tre interrogativi
Il testo solleva tre domande fondamentali sulla natura della giustizia:
1. “Se il senso è nel quale il metodo proposto da Atena costituisce una risoluzione della difficoltà dal quale si è trovato imprigionato?”
Questo interrogativo si chiede se il processo istituito da Atena sia veramente la risposta adeguata per risolvere un conflitto così profondo. Il testo suggerisce che la giustizia non è più solo una questione di vendetta personale, ma diventa un affare pubblico, regolato dalla legge e dalla ragione.
2. “Come si può intendere la catena infinita di vendette?”
Il testo fa notare come il crimine di Agamennone, l’omicidio di sua figlia Ifigenia, abbia scatenato una serie di vendette continue: l’omicidio di Agamennone da parte di Clitennestra e quello di Clitennestra da parte di Oreste. Questa “catena infinita” di vendette può essere fermata solo con una soluzione razionale e civile, che spezzi il ciclo di violenza.
3. “In che modo il metodo indicato da Atena consente di sfuggire al dilemma morale, o meglio alle sue conseguenze?”
La tragedia mostra che la giustizia basata sulla vendetta (simboleggiata dalle Erinni) porta solo a un ciclo di dolore e sofferenza. Il tribunale di Atena offre una via d’uscita, permettendo di superare il dilemma morale di Oreste (vendicare il padre o non uccidere la madre) e le conseguenze di questa scelta, attraverso il giudizio di una comunità di cittadini.
In sostanza, il testo sottolinea che per risolvere i problemi umani, la giustizia deve abbandonare la vendetta e affidarsi al diritto e alla ragione.
La SEPARAZIONE DELLA GIUSTIZIA DALL’INGIUSTIZIA
Il testo sottolinea che il diritto è uno strumento di risoluzione delle controversie umane. Nasce per gestire i conflitti e creare un ordine. In questo contesto, il diritto non è la “giustizia” assoluta, ma un insieme di regole create e applicate dagli esseri umani, come giudici e tribunali. Il concetto di giustizia, nel senso di un ideale etico o di una verità assoluta, è intrinsecamente separato da questa struttura.
Il documento spiega che la giustizia come vendetta o come ideale assoluto (Ad esempio, “un occhio per occhio”) non appartiene all’ambito del diritto positivo. Il diritto ha superato la giustizia come vendetta individuale per diventare un sistema impersonale e organizzato di norme.
La Distinzione tra Illecito e Sanzione
Un punto chiave del testo è la distinzione tra l’illecito e la sanzione. Kelsen opera una distinzione binaria:
• Illecito: Un comportamento umano che va contro una norma. Non è un comportamento intrinsecamente “cattivo” o “ingiusto” in senso morale.
• Sanzione: La conseguenza, o la reazione, che il sistema giuridico impone a seguito dell’illecito. È un atto di “privazione forzata” della vita, della libertà, o dei beni.
Per Kelsen, il nesso tra illecito e sanzione non è un rapporto di causa-effetto morale, ma un principio di attribuzione. In altre parole, il diritto attribuisce una sanzione a un certo comportamento per stabilire un ordine, non perché quel comportamento è “ingiusto” di per sé. Il diritto non si preoccupa della giustizia intrinseca o della moralità, ma si limita a collegare un comportamento a una conseguenza.
La Giustizia e l’Ingiustizia nel Sistema di Kelsen
Infine, il documento chiarisce che il sistema giuridico non è né “giusto” né “ingiusto” in senso assoluto. L’ingiustizia, in questo contesto, è semplicemente il comportamento di un privato che non esegue gli atti prescritti dal diritto o che compie atti che non sono conformi al sistema. In altre parole, l’ingiustizia è la semplice non-conformità con la legge.
La separazione della giustizia dall’ingiustizia nel pensiero di Kelsen significa che il diritto, con il suo apparato di illecito e sanzione, è un’entità distinta e funzionale, un prodotto della società. Non è la realizzazione di un ideale di giustizia, ma uno strumento per interrompere la catena della vendetta e mantenere l’ordine sociale.
La Giustizia Mediante Procedura: Un Approfondimento
La giustizia mediante procedura è un concetto che cerca di risolvere le questioni di giustizia attraverso un processo ben definito, piuttosto che basandosi su risultati ideali o predefiniti. In sostanza, l’idea è che un risultato è giusto se deriva da una procedura giusta, indipendentemente dall’esito finale. I tuoi appunti distinguono tre tipi di giustizia procedurale:
• Giustizia procedurale perfetta: Questo tipo di giustizia esiste quando una procedura, se seguita correttamente, garantisce un risultato giusto. Il testo menziona come sia difficile o addirittura impossibile trovarla nella realtà, suggerendo che un esempio teorico potrebbe essere la ripartizione equa di un dolce tra più persone, dove una procedura infallibile porta sempre a un risultato giusto. Tuttavia, questa parte non è presente nei tuoi appunti, quindi attieniti a ciò che hai scritto. La tua fonte sottolinea che Rawls (John Rawls, un importante filosofo politico) la identifica come una procedura che porta a un risultato giusto e puro, ma al tempo stesso la considera complessa e laboriosa.
• Giustizia procedurale imperfetta: In questo caso, esiste un criterio per definire un risultato giusto, ma la procedura adottata non garantisce il raggiungimento di quel risultato. Il testo fa l’esempio di un processo penale: l’obiettivo è trovare il colpevole, ma la procedura, pur essendo la migliore disponibile, non può escludere completamente il rischio di condannare un innocente o assolvere un colpevole. La procedura è la via principale, ma non è garanzia di un esito giusto.
• Giustizia procedurale pura: Questo tipo di giustizia non ha un criterio indipendente per valutare la giustizia di un risultato. Il risultato è considerato giusto solo ed esclusivamente perché è stato ottenuto attraverso una procedura che è ritenuta giusta. Il testo non fornisce un esempio specifico, ma sottolinea che l’unica giustificazione dell’esito è l’esecuzione della procedura stessa. Questo concetto è spesso visto come un modo per “sanare” o correggere le conseguenze del fallimento di altri approcci alla giustizia.
Riassunto del Paragrafo “Che Cosa È Successo”
Il paragrafo “Che cosa è successo” riflette sul motivo per cui Atena, nella storia a cui si riferisce il testo, avrebbe scelto la procedura come soluzione. Secondo gli appunti, Atena non ha cercato una risposta o una verità assoluta, ma ha optato per un metodo che permettesse di risolvere la controversia. Questo approccio è descritto come un modo per superare la difficoltà del giudizio morale o religioso.
Gli appunti evidenziano due importanti questioni che sono state superate grazie a questa scelta:
• Rifiuto della giustizia morale o religiosa: La procedura evita di basarsi su verità assolute o dogmi, che possono essere fonte di conflitto.
• Rifiuto della giustizia come qualcosa di perfetto e immutabile: Il metodo procedurale riconosce che la giustizia non è una verità eterna da scoprire, ma piuttosto un processo continuo e imperfetto di ricerca della soluzione.
In sintesi, la decisione di Atena rappresenta un punto di svolta: non si tratta di cercare la “verità” o la “giustizia” come un’entità preesistente, ma di perfezionare la procedura stessa. Questa idea suggerisce che la giustizia non è un pezzo di un puzzle da trovare, ma un percorso di miglioramento che tiene conto degli aspetti di incertezza e degli errori che inevitabilmente si verificano.