Settima Parte Flashcards

(28 cards)

1
Q

Quali sono i principi generali in materia d’impresa?

A

I principi fondamentali che regolano la determinazione del reddito d’impresa sono tre: il principio di inerenza, il principio di imputazione temporale (collocazione del costo o del ricavo nell’anno corretto) e il principio di previa imputazione a conto economico (necessità che il componente sia rilevato in bilancio).

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2
Q

Cosa riguarda il principio di inerenza?

A

Il principio di inerenza riguarda la deducibilità dei costi. Un costo è deducibile solo se è sostenuto nell’ambito dell’attività imprenditoriale e se è funzionalmente collegato alla produzione del reddito. L’inerenza indica quindi la riferibilità del costo all’attività d’impresa. Un costo è inerente quando è collegato, anche indirettamente, all’attività svolta, anche se non genera un ricavo immediato: è sufficiente che sia potenzialmente idoneo a contribuire ai risultati economici dell’impresa.
L’inerenza non coincide con l’utilità economica: non si valuta se la spesa sia conveniente o vantaggiosa, ma solo se sia collegata all’attività. Per questo l’Amministrazione finanziaria non può giudicare le scelte imprenditoriali né la proporzionalità del costo. L’inerenza è valutata solo in senso qualitativo (natura e funzione del costo), non quantitativo: anche un costo elevato resta deducibile se è effettivamente inerente.
Costi inerenti, non inerenti e promiscui
Sono costi inerenti le spese sostenute per beni e servizi destinati all’attività produttiva o commerciale, comprese le spese pubblicitarie e di rappresentanza, se svolte nell’interesse dell’impresa. Sono invece non inerenti i costi riferibili alla sfera personale o familiare dell’imprenditore, che non presentano alcun legame con l’attività economica e quindi non sono deducibili. Esistono poi i costi promiscui, utilizzabili sia per fini aziendali sia personali: in questi casi è deducibile solo la quota riferibile all’attività d’impresa.
Onere della prova e controllo dell’inerenza
L’onere della prova (obbligo di dimostrazione) spetta al contribuente, che deve provare il collegamento tra il costo e l’attività esercitata, nonché l’effettivo utilizzo del bene o del servizio. Non è sufficiente la registrazione contabile o la presenza di una fattura: occorre dimostrare la finalità imprenditoriale della spesa. L’Agenzia delle Entrate può verificare l’esistenza del nesso tra costo e attività, ma non può sindacare la convenienza economica della scelta. Anche qui il giudizio è qualitativo, non quantitativo.
Articolo 109, comma 5, TUIR
L’articolo 109, comma 5, TUIR stabilisce che sono deducibili solo i componenti negativi (costi e spese) riferiti a ricavi imponibili. Un costo, anche se inerente, non è deducibile se si collega a un reddito non imponibile. La norma distingue tra esenzioni (redditi imponibili per natura ma esclusi dalla tassazione per scelta legislativa) ed esclusioni (redditi che non entrano proprio nel reddito imponibile). Da ciò deriva che i costi collegati a proventi esclusi sono deducibili, mentre i costi collegati a proventi esenti sono indeducibili.
Spese generali e criterio di proporzionalità
Le spese generali sono quelle riferibili sia ad attività imponibili sia ad attività esenti. In questi casi la deduzione avviene in modo proporzionale, applicando il rapporto tra ricavi imponibili e ricavi complessivi. Questo criterio consente di dedurre i costi in misura coerente con l’effettiva produzione di reddito imponibile.
Sanzioni e deducibilità
Le sanzioni sono generalmente considerate indeducibili, perché derivano da comportamenti illeciti e quindi non inerenti all’attività d’impresa. Tuttavia, parte della giurisprudenza ammette la deducibilità in casi particolari, quando la sanzione è strettamente collegata all’attività imprenditoriale. In ogni caso, nel sistema tributario opera il principio di simmetria, secondo cui a un componente positivo di reddito deve corrispondere la deducibilità del costo sostenuto per produrlo.

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3
Q

Quale è il periodo d’imposta per i soggetti IRES?

A

Per i soggetti IRES, il periodo d’imposta è l’arco temporale di riferimento per la determinazione del reddito d’impresa. L’articolo 76 TUIR stabilisce che il periodo d’imposta coincide con l’esercizio sociale o con il periodo di gestione previsto dalla legge o dall’atto costitutivo. Se la durata dell’esercizio non è indicata, il periodo d’imposta coincide con l’anno solare.
L’imposta sul reddito è dovuta per anni solari, ciascuno dei quali costituisce un’obbligazione tributaria autonoma (un debito fiscale distinto). Ogni periodo d’imposta viene quindi considerato separatamente ed è chiuso con un proprio risultato economico, che rappresenta la base di calcolo dell’IRES dovuta.
Il reddito deve essere imputato al periodo d’imposta di competenza secondo il principio di competenza economica, che costituisce uno dei principi fondamentali del reddito d’impresa.

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4
Q

Cosa stabilisce il principio di competenza?

A

Il principio di competenza impone di imputare i componenti positivi e negativi di reddito al periodo in cui si verificano le operazioni gestionali da cui derivano, indipendentemente dal momento in cui avviene l’incasso o il pagamento. A differenza del principio di cassa, che vale per i redditi IRPEF, il principio di competenza riguarda la sostanza economica delle operazioni e non la loro manifestazione finanziaria. Pertanto:
i componenti positivi di reddito (ricavi, proventi, ecc.) devono essere considerati nel periodo in cui nasce il diritto a percepirli;
i componenti negativi (costi, spese, oneri) vanno imputati nel periodo in cui sorge l’obbligo di sostenerli.
In tal modo, il reddito d’impresa riflette il risultato economico effettivo della gestione di un determinato periodo, indipendentemente dai flussi monetari. Il principio di competenza può generare disallineamenti temporali tra il bilancio civilistico e la normativa fiscale.

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5
Q

La corretta imputazione temporale dei ricavi e costi

A

Il riferimento tecnico per la corretta imputazione temporale dei ricavi e dei costi è fornito dai principi contabili:
L’OIC 15 stabilisce che la cessione di beni si considera realizzata nel momento in cui avviene il trasferimento sostanziale della proprietà, ossia quando passano i rischi e i benefici economici al cliente. Pertanto, il ricavo si riconosce nel momento della spedizione o consegna del bene, o, nel caso di immobili, alla stipula del contratto di compravendita.
Per le prestazioni di servizi, l’OIC 15 prevede che la rilevazione avvenga al momento della ultimazione della prestazione.
In modo analogo, il principio contabile internazionale 15 (IFRS 15) fa riferimento al trasferimento del controllo del bene o servizio al cliente. In entrambi i casi, la rilevanza fiscale segue la sostanza economica dell’operazione: il componente di reddito è riconosciuto quando l’evento economico si realizza, non quando viene incassato o pagato.

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6
Q

Quali sono i corollari fondamentali del principio di competenza?

A

Per le microimprese, la determinazione del reddito d’impresa si basa sul principio di competenza economica, come stabilito dall’articolo 109 del TUIR. L’articolo 109 individua due corollari fondamentali del principio di competenza:
Il principio di certezza e obiettiva determinabilità
Il primo corollario stabilisce che “i ricavi, le spese e gli altri componenti di cui nell’esercizio di competenza non sia ancora certa l’esistenza o determinabile l’ammontare concorrono a formarlo nell’esercizio in cui si verificano queste condizioni”. Questo principio implica che un componente, positivo o negativo, può essere considerato fiscalmente rilevante solo quando:
l’esistenza del componente è certa, ossia non vi sono dubbi sulla sua effettiva realizzazione (ad esempio, la prestazione è avvenuta, il bene è stato ceduto, l’obbligazione è sorta);
l’ammontare è obiettivamente determinabile, cioè tutti gli elementi necessari a quantificarlo sono noti al termine dell’esercizio.
Il principio di correlazione costi-ricavi
Il secondo corollario, espresso dall’articolo 109, comma 5, del TUIR, stabilisce che “i componenti negativi concorrono alla formazione del reddito se e nella misura in cui si riferiscono a componenti positivi che concorrono a formarlo”.
In altre parole, i costi sono deducibili solo se correlati a ricavi o proventi imponibili.

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7
Q

Riporto o rimborso delle eccedenze?

A

L’articolo 80 del TUIR rappresenta una deroga al principio di imputazione temporale e disciplina i casi in cui il contribuente può spostare in avanti la rilevanza fiscale di un risultato reddituale. La norma si riferisce in particolare al passaggio dall’imposta lorda all’imposta dovuta. Se, al termine del periodo d’imposta, l’ammontare complessivo dei crediti d’imposta, derivanti da versamenti in acconto o da altre eccedenze, risulta superiore rispetto all’imposta effettivamente dovuta, il contribuente ha tre possibilità:
compensare l’eccedenza con imposte dovute in periodi d’imposta successivi (riporto a nuovo);
chiedere il rimborso della somma;
utilizzare la compensazione orizzontale, ossia l’imputazione del credito a debiti di natura diversa.
Art. 84 – Riporto delle perdite
L’articolo 84 del TUIR disciplina il riporto delle perdite fiscali, consentendo di compensare le perdite di un esercizio con i redditi imponibili dei periodi successivi. Dal 2011, la regola generale prevede che le perdite siano compensabili fino all’80% del reddito imponibile dei periodi successivi, senza limiti temporali. Il legislatore ha introdotto limitazioni al riporto delle perdite per evitare pratiche elusive, come il cosiddetto “commercio delle bare fiscali”, ossia l’acquisto di società in perdita solo per sfruttarne le perdite pregresse. Esistono tuttavia due eccezioni che consentono di superare la limitazione:
se la società dimostra di aver mantenuto la vitalità economica, ossia di disporre di personale, beni strumentali e un livello minimo di attività produttiva;
se la perdita è riferita a un’attività che la società continua effettivamente a svolgere.
Quando nessuna di queste condizioni è soddisfatta, il riporto delle perdite è precluso.
Le società di nuova costituzione, che non possono disporre di un bilancio pregresso, si trovano in una situazione particolare. In questi casi, il legislatore ha previsto la possibilità di presentare un’istanza di interpello disapplicativo all’Agenzia delle Entrate.

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8
Q

Cosa stabilisce il principio di previa imputazione a conto economico?

A

Il principio di previa imputazione a conto economico, previsto dall’articolo 109, comma 3, del TUIR, stabilisce che ricavi, proventi e rimanenze concorrono alla formazione del reddito solo se preventivamente imputati al conto economico. Al contrario, le spese e i componenti negativi non sono deducibili se non risultano imputati al conto economico dell’esercizio di competenza (art. 109, comma 4). L’imputazione al conto economico è considerata una condizione di attendibilità e tracciabilità della gestione economica dell’impresa. Un costo è deducibile solo se soddisfa quattro condizioni:
Inerenza all’attività d’impresa, ossia deve essere collegato a operazioni produttive di reddito;
Competenza temporale, in base ai principi OIC o ai principi contabili internazionali (o, per le microimprese, in base al principio di competenza economica del TUIR);
Correlazione con componenti positivi di reddito, anche se questi ultimi concorrono solo indirettamente alla formazione del reddito imponibile;
Imputazione al conto economico, ovvero la presenza effettiva del costo tra le voci del bilancio d’esercizio.
Solo il rispetto congiunto di queste condizioni consente la deduzione fiscale del costo.
Costi non imputati a conto economico per disposizione di legge.
Si tratta di costi che, pur non transitando in CE, sono considerati deducibili per espressa previsione normativa (es. partecipazioni agli utili per dipendenti o erogazioni liberali previste da legge).
L’articolo 109, comma 4, lettera b), aggiunge che le spese e gli oneri specificamente riferibili a ricavi o proventi che, pur non essendo stati imputati a conto economico, concorrono alla formazione del reddito, sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi. Questo consente la deducibilità dei cosiddetti costi in nero, ovvero non contabilizzati ma sostenuti per produrre ricavi non dichiarati.

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9
Q

Quali sono i componenti che non concorrono a formare il reddito d’impresa?

A

Sulla base dei principi finora analizzati, solo alcuni proventi sono esclusi dalla formazione del reddito d’impresa. Si tratta di componenti che, per disposizione specifica del legislatore, non rilevano fiscalmente ai fini IRES.
1. Proventi esenti o soggetti a imposta sostitutiva
Secondo l’art. 91 del TUIR, non concorrono alla formazione del reddito d’impresa:
i proventi di cespiti esenti da imposta (art. 91, lett. a);
i proventi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta o a imposta sostitutiva (art. 91, lett. b).
In questi casi, la tassazione è già avvenuta “a monte” mediante la ritenuta o l’imposta sostitutiva, pertanto non si applica una seconda imposizione sullo stesso provento.
Se un reddito è stato assoggettato a ritenuta a titolo d’imposta, si applica una deroga al principio di progressività: quel reddito non viene incluso nel reddito complessivo dell’impresa.
2. Componenti esclusi per le società
Per le società, l’art. 91 del TUIR stabilisce che non concorrono alla formazione del reddito complessivo:
la differenza positiva o negativa tra il costo delle azioni annullate e la corrispondente quota di patrimonio netto (art. 91, lett. c);
i sovrapprezzi di emissione di azioni o quote e gli interessi di conguaglio (art. 91, lett. d).
Queste componenti non costituiscono proventi imponibili, poiché rappresentano movimenti interni di capitale o rettifiche patrimoniali, e non incrementi effettivi di ricchezza.
3. Componenti esclusi per gli imprenditori individuali
Nel caso degli imprenditori individuali, alcune disposizioni specifiche dell’art. 56 del TUIR (riferite all’IRPEF) prevedono ulteriori componenti esclusi dal reddito d’impresa:
le indennità per la cessazione di rapporti di agenzia percepite da persone fisiche o società di persone (art. 56, co. 3, lett. a);
i proventi derivanti da plusvalenze o indennità per perdita di avviamento, che, su richiesta del contribuente, possono essere tassati separatamente.

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10
Q

Cosa sono i ricavi?

A

I ricavi rappresentano il corrispettivo derivante dalla cessione di beni e dalla prestazione di servizi che rientrano nell’attività ordinaria dell’impresa. Si considerano al netto di resi, sconti, abbuoni o premi. Se questi vengono concessi in esercizi successivi, generano una sopravvenienza passiva. Il concetto di ricavo si lega quindi all’effettivo svolgimento dell’attività d’impresa. Oltre alla vendita di merci o servizi, rientrano tra i ricavi anche le cessioni di materie prime, semilavorati o beni acquistati e impiegati nella produzione. Tali beni, se inclusi nell’attivo circolante, producono ricavi nel momento in cui vengono ceduti, mentre, se rimangono invenduti, confluiscono tra le rimanenze finali, garantendo la continuità del reddito tra un esercizio e l’altro. La normativa include inoltre alcuni elementi “equiparati” ai ricavi. Si tratta, ad esempio, dei corrispettivi derivanti dalla cessione di attività finanziarie che non costituiscono immobilizzazioni. Quando titoli, azioni o obbligazioni sono iscritti nell’attivo circolante, la loro vendita produce un ricavo, poiché rappresenta un’operazione tipica dell’attività economica dell’impresa. Allo stesso modo, anche le indennità risarcitorie percepite per la perdita o il danneggiamento di beni aziendali assumono natura di ricavo, nella misura in cui sostituiscono un bene o un valore produttivo. I contributi in conto esercizio, invece, sono destinati a sostenere la gestione ordinaria dell’impresa e concorrono al reddito secondo il principio di competenza. Diverso è il caso dei contributi in conto capitale, finalizzati al rinnovo o all’ampliamento degli impianti, che non costituiscono ricavi ma sopravvenienze attive, rilevanti nel momento dell’incasso.
L’articolo 57 del TUIR stabilisce che, se l’imprenditore destina beni dell’impresa al consumo personale o familiare, tali beni si considerano ceduti e generano un ricavo pari al loro valore normale. Tutte queste situazioni configurano un realizzo di ricavo, in quanto comportano la fuoriuscita del bene dalla sfera imprenditoriale e la conseguente manifestazione di una nuova ricchezza.
Il ricavo è normalmente determinato sulla base del corrispettivo pattuito tra le parti. Tuttavia, quando manca un prezzo effettivo o questo non è congruo, la legge prevede l’utilizzo del valore normale, definito dall’articolo 9 del TUIR come il prezzo mediamente praticato per beni o servizi analoghi in condizioni di libera concorrenza.

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11
Q

Cosa sono le plusvalenze?

A

La plusvalenza rappresenta un incremento di valore che si realizza quando un bene strumentale o patrimoniale viene ceduto a un prezzo superiore al suo valore fiscalmente riconosciuto. Riguarda quindi beni destinati a essere impiegati nel ciclo produttivo dell’impresa in modo durevole, cioè strumenti che contribuiscono alla formazione del reddito lungo più esercizi. I beni strumentali possono essere materiali, come terreni, fabbricati, impianti e macchinari, oppure immateriali, come diritti di brevetto, opere d’ingegno e altri beni intangibili. Nel caso dei beni immobili, si distingue tra beni strumentali e beni meramente patrimoniali. I primi sono quelli utilizzati direttamente nell’attività produttiva o commerciale dell’impresa; possono essere beni strumentali per natura, cioè quelli che per le loro caratteristiche non possono avere altra destinazione senza profonde trasformazioni, oppure beni strumentali per destinazione, cioè quei beni che, pur potendo avere altri usi, sono impiegati stabilmente nel processo produttivo. I beni meramente patrimoniali, invece, sono quelli che pur appartenendo al patrimonio dell’impresa non partecipano al ciclo produttivo e hanno solo una funzione d’investimento. La cessione a titolo oneroso di un bene strumentale o patrimoniale genera una plusvalenza. Lo stesso effetto si produce in caso di conferimento in società, di autoconsumo (cioè utilizzo del bene per fini personali o estranei all’impresa) o di risarcimento per perdita o danneggiamento del bene. Il momento impositivo coincide con quello in cui il bene esce effettivamente dalla sfera dell’impresa. Anche quando non c’è un corrispettivo esplicito – come nell’autoconsumo o nell’assegnazione ai soci – si considera realizzata una plusvalenza, determinata in base al valore normale del bene. La plusvalenza si determina come differenza positiva tra due valori:
il corrispettivo di cessione (o l’indennità risarcitoria percepita);
il valore fiscalmente riconosciuto del bene, cioè il suo costo storico al netto degli ammortamenti dedotti.
Le plusvalenze vengono tassate nel momento in cui si realizzano, cioè quando avviene la cessione del bene o un evento che ne determina il realizzo. In via ordinaria concorrono per intero al reddito dell’esercizio, ma l’imprenditore può scegliere di rateizzarne la tassazione in quote costanti per un massimo di cinque esercizi, a condizione che il bene sia stato posseduto per almeno tre anni e iscritto tra le immobilizzazioni. La scelta deve essere fatta nell’anno del realizzo e comporta una variazione in diminuzione del reddito pari alla parte rinviata, che sarà poi tassata negli anni successivi.

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12
Q

Cos’è la participation exemption?

A

La participation exemption (PEX) è un regime speciale che evita la doppia imposizione delle plusvalenze derivanti dalla cessione di partecipazioni in società. Infatti, la partecipazione rappresenta una quota del capitale della società, e tassare sia gli utili della società sia la plusvalenza ottenuta dal socio significherebbe tassare due volte la stessa ricchezza. Con la PEX, introdotta con la riforma del 2003, le plusvalenze realizzate dalla cessione di partecipazioni non concorrono alla formazione del reddito imponibile per una determinata percentuale:
95% per i soggetti IRES, poiché tali plusvalenze sono considerate esenti (e i relativi costi non deducibili);
41,86% per gli imprenditori individuali, secondo la disciplina vigente dopo la riduzione della precedente percentuale del 60%.
L’esenzione si applica solo se sono rispettate quattro condizioni, due riferite al soggetto partecipante e due alla società partecipata:
La partecipazione deve essere posseduta ininterrottamente per almeno dodici mesi prima della cessione (criterio LIFO in caso di acquisti in date diverse).
Deve essere classificata tra le immobilizzazioni finanziarie nel primo bilancio successivo all’acquisto, a conferma della natura durevole dell’investimento.
La società partecipata non deve avere sede in Paesi a fiscalità privilegiata, salvo prova contraria fornita all’Agenzia delle Entrate.
La società partecipata deve esercitare un’attività commerciale, poiché il regime non si applica alle società che gestiscono esclusivamente immobili o investimenti patrimoniali.
Questi requisiti garantiscono che la plusvalenza rifletta una reale attività economica e non mere variazioni di valore di mercato. Devono essere presenti sin dall’inizio del terzo periodo d’imposta precedente alla cessione e mantenuti fino al realizzo.

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13
Q

Cosa rappresentano le sopravvenienze attive?

A

Le sopravvenienze attive, disciplinate dall’articolo 88 del TUIR, rappresentano incrementi del patrimonio dell’impresa derivanti da eventi che modificano componenti già contabilizzati in precedenti esercizi o che generano nuove entrate straordinarie. Si distinguono due categorie principali. Le sopravvenienze in senso proprio comprendono tutte le variazioni positive che derivano da rettifiche di componenti di reddito già rilevati in passato, come nel caso in cui un costo dedotto in un esercizio risulti poi insussistente (ad esempio, un credito recuperato dopo essere stato considerato inesigibile o un rimborso di imposte già pagate). Le sopravvenienze attive per assimilazione, invece, riguardano incrementi patrimoniali straordinari che non derivano da fatti che hanno inciso sul reddito di esercizi precedenti. In questi casi, la sopravvenienza si realizza per cassa, cioè nel momento in cui la somma entra effettivamente nelle disponibilità dell’impresa.

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14
Q

Cosa rappresentano i dividenti e gli interessi?

A

I dividendi rappresentano gli utili derivanti dalla partecipazione in società. Quando provengono da società trasparenti, il reddito è imputato direttamente ai soci in proporzione alla quota di partecipazione, indipendentemente dall’effettiva percezione. Per tutte le altre società, invece, i dividendi concorrono al reddito del socio al momento della distribuzione. Dal 2004 si applica il metodo di esclusione, che evita la doppia imposizione: la società che distribuisce il dividendo è tassata sul proprio utile, mentre il socio lo riceve in gran parte esente. Per i soggetti IRES, il 95% del dividendo non concorre al reddito; per gli imprenditori individuali, l’esenzione è del 41,86%. Tuttavia, l’esclusione si applica solo se il dividendo non proviene da una società residente in un Paese a fiscalità privilegiata, salvo prova contraria tramite interpello. Le riserve di capitale, costituite con apporti dei soci, non concorrono invece alla formazione del reddito: la loro distribuzione riduce il costo della partecipazione e solo l’eccedenza rispetto a tale costo è tassata come plusvalenza. Gli interessi attivi, invece, concorrono al reddito per l’ammontare maturato, anche se non ancora incassato, salvo gli interessi di mora, che seguono il principio di cassa. Fiscalmente è rilevante distinguere tra interessi e dividendi: se il finanziamento avviene come apporto di capitale, la remunerazione percepita dal socio è un dividendo e quindi indeducibile per la società; se invece si tratta di un apporto di debito, gli interessi corrisposti sono deducibili per la società e tassabili per il creditore. La differenza sostanziale risiede quindi nella natura del rapporto: i dividendi derivano dal risultato dell’attività sociale, mentre gli interessi remunerano un capitale di credito, configurandosi come costo deducibile per l’impresa.

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15
Q

Cosa riguardano i proventi immobiliari?

A

I proventi immobiliari disciplinati dall’articolo 90 del TUIR riguardano i redditi generati dagli immobili posseduti dall’impresa. Gli immobili possono essere classificati come beni-merce (inseriti nell’attivo circolante) oppure come beni strumentali o meramente patrimoniali (nelle immobilizzazioni finanziarie).
I beni patrimoniali sono quelli detenuti non per l’attività produttiva, ma come investimento o a fini speculativi. Non producono redditi fondiari autonomi, ma concorrono al reddito d’impresa. Per gli immobili situati in Italia, la determinazione dell’imponibile avviene sulla base delle rendite catastali, come avviene per i redditi fondiari delle persone fisiche. Per gli immobili all’estero, invece, il reddito imponibile si calcola sull’ammontare netto risultante da una valutazione effettuata nello Stato estero, oppure, in mancanza, è determinato forfetariamente nel 15% dei proventi percepiti.

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16
Q

Quali sono i componenti negativi di reddito?

A

I componenti negativi di reddito sono in numero molto vasto e sono:
1. Le spese per le prestazioni di lavoro 2. Gli interessi passivi 3. Gli oneri contributivi e fiscali 4. Gli oneri di utilità sociale 5. Le minusvalenze patrimoniali, le sopravvenienze passive e le perdite 6. Gli ammortamenti 7. L’ammortamento finanziario e dei beni immateriali 8. Le spese ad utilità pluriennale 9. Gli accantonamenti 10. Le rimanenze.

17
Q

Cosa rappresentano le spese per prestazioni di lavoro?

A

Le spese per prestazioni di lavoro, disciplinate dagli articoli 95 e 60 del TUIR, rappresentano componenti negativi del reddito d’impresa e sono deducibili in base al principio di competenza. Quando il datore di lavoro eroga somme o compensi ai dipendenti, queste costituiscono costi deducibili per l’impresa e redditi imponibili per i lavoratori, in virtù del principio di simmetria tra deduzione e tassazione. Al contrario, non sono deducibili i costi che non trovano corrispondenza in un reddito tassabile per il percettore, come i canoni di locazione o le spese di gestione di fabbricati concessi ai dipendenti per uso personale. I compensi agli amministratori, promotori e soci fondatori sono deducibili solo se effettivamente corrisposti, in base al principio di cassa. Una regola particolare riguarda i compensi ai familiari dell’imprenditore: se la prestazione di lavoro è svolta dal coniuge, da figli o ascendenti, la spesa non è deducibile dal reddito d’impresa, salvo che i familiari siano a loro volta imprenditori o professionisti autonomi. Questa limitazione mira a evitare che, attraverso il pagamento di compensi a parenti, si realizzi una redistribuzione artificiosa del reddito all’interno del nucleo familiare.

18
Q

Cosa comprendono gli oneri fiscali e contributivi?

A

Gli oneri fiscali e contributivi, disciplinati dall’articolo 99 del TUIR, comprendono le imposte e i tributi sostenuti dall’impresa. Le imposte sui redditi (come IRES e IRPEF) e quelle per le quali è ammessa la rivalsa non sono deducibili, poiché non rappresentano costi di produzione ma applicazioni del reddito stesso. Sono invece deducibili altri tributi diversi da quelli sui redditi, a condizione che siano effettivamente pagati: si tratta quindi di una deducibilità per cassa. Rientrano tra i costi deducibili anche i contributi ad associazioni sindacali o di categoria e altri oneri sociali, purché strettamente connessi all’attività d’impresa.

19
Q

Cosa rappresentano gli interessi passivi?

A

Gli interessi passivi (artt. 96–98 TUIR) rappresentano il costo del capitale di debito utilizzato dall’impresa e sono deducibili entro determinati limiti. In particolare, sono deducibili fino a concorrenza degli interessi attivi e dei proventi assimilati; l’eventuale eccedenza può essere dedotta solo entro il 30% del risultato operativo lordo (ROL), cioè la differenza tra il valore e i costi della produzione. L’eccedenza non dedotta può essere riportata negli esercizi successivi. Per gli imprenditori individuali, la deducibilità degli interessi passivi è proporzionata: sono deducibili solo nella misura corrispondente al rapporto tra i ricavi e proventi che concorrono alla formazione del reddito e il totale dei ricavi e proventi complessivi. In sintesi, la disciplina mira a evitare un eccessivo indebitamento e a garantire una correlazione equilibrata tra interessi attivi e passivi nel calcolo del reddito d’impresa.

20
Q

Cosa comprendono le rimanenze?

A

Le rimanenze comprendono i beni-merce, cioè quelli destinati alla vendita o impiegati nel ciclo produttivo dell’impresa. Possono essere prodotti finiti, semilavorati, materie prime o merci acquistate per la rivendita. Dal punto di vista fiscale, le rimanenze rappresentano una componente del reddito d’esercizio in base al principio di competenza e di continuità dei valori di bilancio: le rimanenze finali di un esercizio costituiscono le rimanenze iniziali dell’esercizio successivo (art. 92 TUIR). Le variazioni delle rimanenze incidono sul reddito:
Se le rimanenze finali sono maggiori rispetto alle iniziali, generano un componente positivo di reddito.
Se sono minori, generano un componente negativo.
Il meccanismo mira a spostare in avanti il costo del bene invenduto fino al periodo in cui sarà venduto, applicando così il principio di correlazione costi-ricavi.
Per la valutazione delle rimanenze, nel primo esercizio si usa il costo medio ponderato, cioè il rapporto tra il costo complessivo dei beni e la quantità totale acquistata o prodotta. Negli esercizi successivi, se le quantità restano invariate, si mantiene il valore precedente; se aumentano, le nuove quantità sono valutate al costo medio ponderato. Quando le rimanenze diminuiscono, la valutazione fiscale avviene secondo il criterio LIFO (ultimo entrato, primo uscito), per cui si considerano venduti prima i beni acquistati più di recente. In alternativa, è ammesso anche il FIFO (primo entrato, primo uscito). Per i prodotti in corso di lavorazione o servizi in corso di esecuzione, la valutazione avviene a costi specifici, includendo tutte le spese dirette di produzione.

21
Q

Cosa rappresentano le minusvalenze, le sopravvenienze passive e le perdite?

A

Le minusvalenze, le sopravvenienze passive e le perdite sono disciplinate dall’articolo 101 del TUIR e rappresentano componenti negativi del reddito d’impresa. La minusvalenza si verifica quando un bene viene ceduto a un prezzo inferiore al suo valore fiscalmente riconosciuto. Può riguardare beni diversi da quelli che generano ricavi, come beni strumentali o patrimoniali, e diventa fiscalmente rilevante solo se effettivamente realizzata. Le perdite, invece, si riferiscono a eventi come furto, incendio, smarrimento o perdita di diritti immateriali (brevetti, marchi, crediti). Sono deducibili solo se fondate su elementi certi e precisi, come previsto dal comma 5 dell’art. 101, e se effettivamente realizzate.
In sintesi, minusvalenze e perdite sono deducibili solo quando risultano certe, effettive e documentate, in coerenza con il principio di competenza e con l’esigenza di rappresentare correttamente i risultati economici dell’impresa.

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Cosa rappresentano le sopravvenienze passive?

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Le sopravvenienze passive, regolate dall’articolo 101 del TUIR, rappresentano componenti negativi del reddito d’impresa deducibili in presenza di determinati eventi. Si manifestano quando si verifica un mancato conseguimento di ricavi o proventi già contabilizzati in precedenza e che avevano concorso alla formazione del reddito. In questo caso, l’impresa può dedurre un importo pari a quello del componente positivo originariamente rilevato, per neutralizzarne l’effetto fiscale. Rientrano inoltre tra le sopravvenienze passive anche le spese, perdite o oneri sostenuti in relazione a componenti positivi già tassati e le sopravvenienze da cessazione di attività non connesse a componenti esenti.

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Com’è la valutazione dei titoli iscritti nell’attivo circolante?

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Per quanto riguarda i titoli iscritti nell’attivo circolante (art. 94 TUIR), essi sono assimilati ai beni-merce e valutati con criteri simili. La regola generale prevede l’iscrizione al costo di acquisto o di produzione, ma con alcune specificità. I titoli devono essere raggruppati per categorie omogenee in base alla loro natura e caratteristiche: le azioni e gli strumenti finanziari assimilati si aggregano per società emittente, mentre le obbligazioni sono classificate secondo emittente, durata, rendimento e altre variabili economiche. La rivalutazione non è consentita per le partecipazioni, ma è ammessa per le obbligazioni e i titoli assimilati, limitatamente al valore medio di fine esercizio se inferiore al costo d’acquisto. In caso di aumenti di capitale o distribuzione gratuita di azioni, il valore delle azioni possedute si ridetermina in base al valore complessivo delle partecipazioni preesistenti, senza generare plusvalenze o minusvalenze immediate. Infine, se vi sono versamenti dei soci a fondo perduto o in conto capitale, o rinunce ai crediti verso la società, il valore fiscalmente riconosciuto delle partecipazioni aumenta proporzionalmente, poiché tali operazioni rappresentano un apporto patrimoniale che incrementa il costo della partecipazione.

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Come si distinguono le minusvalenze su titoli iscritti tra le immobilizzazioni finanziarie

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Le minusvalenze su titoli iscritti tra le immobilizzazioni finanziarie (art. 101 TUIR) si distinguono in due categorie: minusvalenze da cessione e minusvalenze da valutazione (svalutazioni). Dopo il 2004, sono deducibili solo le minusvalenze da valutazione relative a obbligazioni e titoli similari, mentre non lo sono quelle su partecipazioni. Per queste ultime, la deducibilità è ammessa solo se la minusvalenza è realizzata, cioè se il bene è effettivamente ceduto e non rientra tra i beni-merce o tra quelli che beneficiano del regime PEX (in tal caso è indeducibile).

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Cosa rappresentano gli accantonamenti?
Gli accantonamenti rappresentano strumenti contabili per rilevare costi o perdite di competenza dell’esercizio, anche se di ammontare o data incerta. In linea generale, la deducibilità fiscale è ammessa solo in presenza di certezza e definitività del componente negativo, ma la legge consente alcune eccezioni. Sono deducibili: – gli accantonamenti al fondo TFR, limitatamente alle quote maturate nell’esercizio; – gli accantonamenti al fondo rischi su crediti, entro i limiti di legge; – quelli effettuati a fronte di maggiori imposte accertate, in attesa dell’esito di un contenzioso. Se una perdita effettiva supera l’importo già accantonato, la parte eccedente diventa deducibile. Se invece l’accantonamento si rivela superiore rispetto al costo effettivo, l’eccedenza genera una sopravvenienza attiva tassabile.
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Cos'è l'ammortamento?
L’ammortamento è il procedimento tecnico-contabile con cui si ripartisce il costo di un bene a utilità pluriennale su più esercizi, in funzione della sua durata economica. Ha lo scopo di evitare che il costo di un bene a utilizzazione prolungata incida interamente sul reddito dell’esercizio in cui viene acquistato. Sono ammortizzabili i beni che, pur essendo destinati all’attività dell’impresa, si deteriorano o perdono valore con l’uso o il tempo. Anche beni non direttamente impiegati nel ciclo produttivo, come fabbricati civili posseduti dall’impresa, possono essere soggetti ad ammortamento, purché abbiano una vita utile limitata. In ambito fiscale l’ammortamento è regolato da criteri più rigidi: i coefficienti ministeriali fissano il limite massimo deducibile ogni anno. Se in bilancio è iscritta una quota superiore a quella ammessa fiscalmente, la differenza genera una variazione in aumento ai fini del reddito imponibile. L’ammortamento decorre dal momento in cui il bene entra effettivamente in funzione, principio che introduce una diversa rilevanza temporale rispetto alla semplice iscrizione contabile. Sono ammortizzabili sia i beni materiali strumentali (impianti, macchinari, fabbricati, attrezzature), sia i beni immateriali come opere dell’ingegno, marchi e avviamento, purché anch’essi abbiano una vita utile limitata e un costo certo.
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Come inizia l'ammortamento per i beni materiali strumentali?
Per i beni materiali strumentali, l’ammortamento (ripartizione del costo nel tempo) inizia nell’esercizio in cui il bene entra effettivamente in funzione. Il calcolo si effettua applicando i coefficienti ministeriali fissati con decreto del MEF, ridotti della metà nel primo esercizio. Il costo ammortizzabile può riguardare un singolo bene oppure un insieme di beni con costo unitario rilevante. Se il bene viene eliminato dal patrimonio aziendale prima di essere completamente ammortizzato, la quota residua è interamente deducibile. Le spese di manutenzione si distinguono in ordinarie, che sono deducibili nell’esercizio in cui sono sostenute, e straordinarie, che devono essere capitalizzate (aggiunte al costo del bene) e ammortizzate insieme al bene cui si riferiscono. Per semplificare l’applicazione della norma, la legge consente comunque la deducibilità delle spese di manutenzione entro il limite del 5% del costo complessivo dei beni ammortizzabili.
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Come sono deducibili le spese pluriennali?
Le spese pluriennali (art. 108 TUIR) sono deducibili nei limiti della quota riferibile a ciascun esercizio, secondo i principi contabili. Tra queste rientrano soprattutto le spese di pubblicità e propaganda e le spese di rappresentanza, che però ricevono un trattamento fiscale diverso. Le spese di pubblicità e propaganda sono integralmente e immediatamente deducibili, perché mirano a far conoscere i prodotti o servizi dell’impresa e producono effetti diretti e misurabili sui ricavi. Le spese di rappresentanza, invece, sono deducibili solo se inerenti (collegate all’attività) e congrue (proporzionate), secondo i criteri fissati dal MEF. Devono avere una finalità promozionale o di relazioni pubbliche, come omaggi o eventi aziendali. Sono tuttavia totalmente deducibili le spese per beni di valore unitario inferiore a 50 euro, come campioni gratuiti o piccoli gadget. La distinzione tra le due categorie è fondamentale: la pubblicità è finalizzata ad aumentare le vendite, mentre la rappresentanza serve a migliorare l’immagine dell’impresa. Per evitare abusi, la legge prevede limiti di deducibilità legati ai ricavi, così da impedire un uso distorto di costi discrezionali per ridurre l’imponibile fiscale.